Open Data: quando libertà è partecipazione

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OpendataCRONACA – Giorgio Gaber in tempi non sospetti e con nota lungimiranza cantava “libertà è partecipazione”. Ma come declinare oggi questo concetto tanto trito e ritrito da essere spesse volte abusato, nello spirito di condivisione che caratterizza la società contemporanea, quella di internet e dei social network? Una possibile risposta, tanto filosofica quanto pragmatica è rappresentata dal movimento che va sotto il nome di “Open Data”, cioè dati aperti, liberamente consultabili e riutilizzabili da tutti, non solo da chi li produce, come le pubbliche amministrazioni.

Il progetto non è un’idea italiana. Open Knowledge Foundation, un’organizzazione no profit nata dieci anni fa a Cambridge per promuovere l’apertura dei dati, definisce gli open data in questo modo: “un contenuto o un dato si definisce aperto se chiunque è in grado di utilizzarlo, riutilizzarlo e ridistribuirlo, soggetto, al massimo, alla richiesta di attribuzione e condivisione allo stesso modo”.

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Dieci domande ai giornali italiani

Ogni tanto mi viene in mente di lanciare strali contro i giornali italiani, poi però mi pento e non sguaino la spada, perché arroganza e presunzione sono sempre rischi dietro l’angolo. Allora ho pensato: quasi quasi parto dalle domande, un po’ come fece Repubblica qualche tempo fa con Berlusconi (sembra passato un secolo, no? meno male! :) )

Allora, ecco le dieci domande partendo da un caso di cronaca recente:

  1. Nel dicembre 2013 (qualche giorno fa, quando scrivo) il governo italiano ha varato una serie di norme su internet. Quanti giornali hanno scritto articoli in inglese? Per parlarne su Forbes hanno dovuto usare Google Translate
  2. Da marzo 2012 a dicembre 2013 le pubbliche amministrazioni italiane hanno pubblicato oltre 8000 dataset di open data (=raccolte di dati, tabelle, fogli di calcolo), come certifica dati.gov.it. All’interno c’è una quantità di notizie e informazioni giornalisticamente rilevanti da far spavento (quanto spende lo Stato e per cosa, come funzionano i servizi pubblici, come stanno le imprese, tutte fonti ufficiali come Governo, Istat, …). Quanti giornali italiani ci stanno lavorando?
  3. Quando si scrivono articoli citando notizie riportate da altri organi di informazione e non, quanti mettono il link alla fonte originale? Alcuni casi: il writer Blu menzionato dal Guardian, ma senza link – Il caso Corriere/Linkiesta
  4. Ogni giorno vengono pubblicati centinaia di migliaia o milioni di nuovi articoli (ho cercato il dato anche in stima ma non l’ho trovato, se qualcuno me lo suggerisce via link, lo aggiungo molto volentieri). Quanti giornali hanno provato a strutturare un metodo e un team per fare content curation per facilitare ai propri lettori la lettura dei contenuti ritenuti migliori e distinguere il segnale dal rumore? Risorsa: questo ebook vale anche in questo caso (IMHO).
  5. Storicamente i principali progetti su internet hanno un’area lab (reale o virtuale) dove sperimentano nuove soluzioni. Quali editori lo fanno? Esempio qui
  6. Una delle principali prerogative dei progetti sul web è la costruzione di API (ma non solo del web – info qui). Attraverso le API è possibile ad esempio esportare dati e contenuti filtrati da un sito per includerle in altri progetti e accrescerne il valore e la diffusione. Chi le utilizza? [Ecco come lo fa il NYT]
  7. Qual è il rapporto che ogni singolo giornale sta costruendo con la propria community di lettori? [sempre il giornalaio ne scriveva qui]
  8. Quante redazioni hanno adottato una Social Media Policy? [Info qui]
  9. In varie redazioni si stanno sperimentando forme di revenue differenti, come il metered paywall del New York Times (info  qui, grazie a Lelio Simi per il link) o per esempio sulla pubblicità nativa (info qui)
  10. In questo banalissimo post scritto in mezz’oretta/tre quarti d’ora, gratis e sul mio piccolissimo e banalissimo blog su wordpress ci sono 16 link a fonti esterne. Mediamente quanti ce ne sono negli articoli dei giornali italiani?

E non ho parlato di training, partnership, incubatori di idee/startup, grant per giornalisti, video rubati altrove e caricati sui propri server con pre-roll pubblicitari, errori non corretti…

Alla fine, mi rendo conto, dieci domande sono poche.

Umiltà, per favore. Mettiamoci un po’ tutti più in discussione. Comincio da me: se ho scritto fesserie o inesattezze, basta scrivere un commento sotto questo post. :)

Img: cc-by from Wikipedia.

Update delle 22: scopro tra l’altro che la notizia del writer Blu rilanciata tra gli altri da Repubblica e citata al punto 3 di questo post è di due anni fa (grazie a @vincenzobrana): ecco il link.

Un degno finale :D

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Wired Diventa Digital First

Andrea Nelson Mauro:

Scrivi qui i tuoi pensieri… (opzionale)

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Sono entrato in possesso della lettera alla redazione da parte di Massimo Russo,  Direttore di «Wired», che illustra i cambiamenti della rivista da dicembre sia in termini di contenuti, di pubblico di riferimento e, soprattutto, di cultura.

- word cloud lettera redazione Wired -

– word cloud lettera redazione Wired -

La pubblico integralmente poichè i contenuti sono davvero interessanti da diversi punti di vista. Come si può leggere infatti, oltre alle novità che caratterizzeranno la testata, sia nella sua edizione cartacea che digitale, è  la filosofia, l’approccio che è di valore.

Si va oltre la specializzazione per piattaforma, finalmente, per arrivare ad una connotazione della rivista per tema. Si chiarisce, opportunamente poichè forse a molti non è ancora del tutto chiaro, che una strategia digital first non significa pubblicare prima online e poi sulla carta ma avere una presenza in Rete a tutto tondo presidiando e mantenendo la relazione con le comunità di riferimento.

Dalla lettera si…

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L’Informazione sta diventando Formazione

Due cents sull’informazione. Quelli che si chiedono – come me del resto – cosa diventerà il giornalismo, probabilmente si stanno schiarendo le idee. E’ in atto una trasformazione rapida della professione, che si dirige verso la “formazione”. La formazione in quanto tale c’è sempre stata nel mondo del giornalismo (corsi di laurea, Ifg), ma il giornalista ora è chiamato a formare non solo l’aspirante giornalista, quanto piuttosto il cittadino-lettore  (lo chiamo “lettore” per sintesi). Che poi la formazione stia diventando parte integrante del business delle aziende editoriali, è cosa testimoniata ad esempio dal Guardian che da tempo “vende” masterclass.

Il giornalista in quest’ottica deve trasferire conoscenza, cosa molto diversa dall’obiettivo fin qui perseguito dai giornali. Conoscenza, how-to, abilitazioni, skills (a me questo viene chiesto spessissimo per esempio sul data journalism): si richiede una preparazione approfondita, perché se vuoi “formare” devi essere certo che quello che dici per lo meno non sia sbagliato. Diventi allora un facilitatore, una specie di tutorial che serve al “lettore” per imparare qualcosa, perché ormai è interattivo (e meno male!). Se non c’è questa utilità finale, francamente non si capisce perché un “lettore” debba perdere tempo ad ascoltarti.  Chi nei media non trasferisce conoscenza, di qualsiasi natura, è spacciato? O è una visione troppo ristretta?

 

 

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Marketing first? I Media Tools di Google sono vecchi come la befana, ma Google li rivende come una cosa nuova

Media Tools – Google

In questi giorni è in corso ad Atlanta il summit ONA, l’Online News Association più importante: partecipano anche alcuni giornalisti italiani, quelli che più hanno a cuore le sorti di questa professione. Mi ha colpito molto una mossa di Google, che generalmente stimo (a malincuore, visto il regime di monopolio), una mossa che a mio giudizio è al limite del ridicolo ed è orientata al marketing pure e semplice. Google ha presentato la novità “Media Tools” come nuovo pacchetto di strumenti disponibili per i giornalisti.

In realtà quasi tutti questi strumenti sono abbastanza vecchi, e addirittura all’interno di essi ci sono tante funzionalità ‘deprecate’ (per chi non lo sapesse: ‘deprecato’ si dice di un’applicazione per la quale non si sviluppa più codice, e che si vuole abbandonare). Giustamente per chi non conosce questi strumenti, la novità è interessantissima. Per chi invece li conosce (io per esempio, ma sono uno degli ultimi ad averli conosciuti), questa è semplicemente un’operazione goffa di marketing.

Personalmente ogni giorno scopro servizi e applicazioni nuove (l’ultimo caso riguarda il meraviglioso https://ifttt.com, che praticamente conoscevano tutte le persone con le quali ho parlato, tranne me): la rete è così, è questo il bello. Mi fa sorridere invece quando il colosso mondiale che è Google, semplicemente per farsi pubblicità immagino, venda per nuova una cosa invece stravecchia, scelta che francamente gli fa perdere un pezzo della mia fiducia. A meno che la questione non sia un’altra: Google ha forse paura dei piccoli e dell’open source, che stanno crescendo vertiginosamente e forse cominciano a superare anche Big G? (per citarne alcuni molto diversi: Wikipedia, Open Knowledge Foundation, CartoDB)

UPDATE 1 - Interessante la considerazione di Marco Pagliarulo, che incollo qui sotto e che cita Pier Luca Santoro – aka il Giornalaio – autore di un post sull’argomento

Chi conosceva già questi media tools? Dai... - Andrea Nelson Mauro

Di seguito l’elenco delle presunte novità

Accanto dico quali sono gli strumenti che conoscevo già (alcuni li uso quotidianamente) e che secondo me conoscono molti dei miei amici:

Gather and Organize

  • Advanced Search [SI]
  • Google Trends and Analytics [SI]
  • Google Consumer Surveys [SI]
  • Google Drive [SI]

Engage

  • Google+ and Hangouts [SI]
  • YouTube [SI]

Visualize

  • Google Maps Engine [SI]
  • Google Maps API [SI] (sono addirittura alla versione 3)
  • Google Crisis Map [SI]
  • Google Earth [SI]
  • Google Earth Engine Timelapse [NO]
  • Google Fusion Tables [SI] (alcune parti deprecate)
  • Google Charts [SI] (alcune parti deprecate)

Publish

  • Google News  [SI]
  • Google Images [SI]
  • Webmaster Central [SI]
  • Google Analytics [SI]
  • Custom Search Engine [SI]

Develop

  • Google Web Toolkit [SI]
  • Google App Engine [SI]
  • Android developers [SI]
  • YouTube Partnerships [SI]

Additional Resources

  • Google Politics & Elections [SI]
  • Transparency Report [NO]
  • Google Crisis Response [NO]

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Iperbole fa vent’anni

Questo post serve a raccontare due eventi successivo l’uno poco tempo dopo l’altro (e peraltro sempre in Italia)

Il primo:

“Nel 1993 Tim Berners-Lee venne intervistato dalla testata TG1 della RAI. I suoi diretti superiori al CERN vennero interrogati, nel corso dell’intervista, sulla possibilità che il CERN promuovesse, anche con fondi speciali di ricerca delle Commissioni Europee, l’idea del WWW e la sua promozione industriale. Il direttore del CERN, il fisico italiano Carlo Rubbia, disse che non riteneva compito del CERN promuovere quella pur brillante idea. (fonte: Wikipedia)

iperbole_nascita1994Il secondo: Il 24 giugno del 1994 il Comune di Bologna lancia il progetto di Iperbole, letteralmente “Internet per Bologna e per l’Emilia-Romagna”. Nel 1994 quindi, appena un anno dopo. Peraltro faccio notare anche che nell’oggetto del documento (qui accanto nella foto, cliccare per fare zoom) si parla chiaramente di “società civile in rete”, c’è già una connotazione chiara nell’obiettivo, ovvero di favorire la partecipazione. Se non ricordo male era sindaco – a 41 anni – Walter Vitali, e assessore era Stefano Bonaga (decisamente prima della Mantratona).

A giugno 2014 questa delibera compie 20 anni: beh, direi che all’epoca c’hanno preso. :-)

P.s.: ma il Comune non organizza un qualche evento di celebrare i primi 20 anni di internet a Bologna? Io una mano la darei volentieri!

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Recensione: Il Giornalista Fantasma, breve saggio sull’estinzione della specie

Di tutti i testi e i saggi che si occupano di giornalismo e comunicazioni, sul piano tecnologico o metodologico, viene spesso da dire, a rileggerli dopo qualche tempo, che hanno perso quel vigore che li aveva fatti nascere. Perché gli strumenti sono cambiati, ad esempio, o perché l’accelerazione e il mutamento nelle fasi di fruizione dei contenuti da parte di noi utenti, hanno stravolto lo scenario nel quale quei testi erano stati concepiti. In questo caso, quello de “Il Giornalista Fantasma” – e-book di Carlo Felice Dalla Pasqua – potrebbe non essere così. In effetti il tentativo di Carlo Felice, che fa il giornalista da tanti anni e si occupa di cronaca locale, è abbastanza distaccato da elementi troppo contingenti, e spiega quali sono i principali pericoli della categoria, ancorata a meccanismi e convinzioni ormai secolarizzati. A un certo punto Carlo Felice dice che “Fino a dieci anni fa c’erano giornalisti che si vantavano di non sapere usare un computer”, ed è persino ottimista nel collocare questa frase nel decennio precedente. Non più di tre o quattro mesi fa, ho sentito dire a un giornalista, uno giovane di anagrafe: “Non mi parlare di server, io i server li uso per appoggiarci le birre”.

Dunque la presunzione che infetta la categoria è tanta ed è il suo male maggiore, probabilmente. Da un lato è vero, o per lo meno posso dire di condividerlo, che non conoscendo i nuovi strumenti tecnologici sarà impossibile per chi vuol fare il giornalista essere competitivo con altri rivali più preparati. Dall’altro forse è anche una questione di forma mentis, di apertura e curiosità verso il nuovo piuttosto che solo di diffidenza e di saccenza. I giornalisti sono ancora disposti ad essere curiosi su ciò che avviene al di fuori delle loro caverne-redazioni?

Al di là dei tanti – spesso ottimi – contributi sul tema del giornalismo, quello di Carlo Felice è forse il più amaro perché viene dall’interno del contesto, dalla pancia di una categoria professionale che ormai pare non avere il più della volte quasi nulla da dire di nuovo, nulla da aggiungere. I “paginoni passanti”, gli speciali di 16 o 24 pagine, l’odore della carta appena stampata all’una di notte, il proto che bestemmia tra gli ingranaggi della rotativa, sono cose che sembrano destinate a popolare sempre più aneddoti del passato. Ma è anche vero che forse non bisogna farne un dramma, e magari è preferibile riuscire a guardare tutto con una visione più storica, distaccata. Ad esempio come fa lo stesso Carlo Felice in chiusura dell’ebook, scrivendo:

Nella storia umana, anche in quella che mai ha avuto contatti con la civiltà occidentale, c’è sempre stato qualcuno che ha raccontato le vicende del proprio borgo o di continenti lontani. Lo hanno fatto coloro che hanno lasciato le pitture rupestri ad Altamura o gli ebrei che tramandavano a memoria il testo della Bibbia, chi ha composto la stele di Rosetta o gli storici greci e romani che hanno scritto dei personaggi più famosi della loro epoca. Per un breve periodo, dal XVIII secolo a oggi, una di queste forme di comunicazione è stata chiamata giornalismo”.

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