Dieci domande ai giornali italiani

Ogni tanto mi viene in mente di lanciare strali contro i giornali italiani, poi però mi pento e non sguaino la spada, perché arroganza e presunzione sono sempre rischi dietro l’angolo. Allora ho pensato: quasi quasi parto dalle domande, un po’ come fece Repubblica qualche tempo fa con Berlusconi (sembra passato un secolo, no? meno male!🙂 )

Allora, ecco le dieci domande partendo da un caso di cronaca recente:

  1. Nel dicembre 2013 (qualche giorno fa, quando scrivo) il governo italiano ha varato una serie di norme su internet. Quanti giornali hanno scritto articoli in inglese? Per parlarne su Forbes hanno dovuto usare Google Translate
  2. Da marzo 2012 a dicembre 2013 le pubbliche amministrazioni italiane hanno pubblicato oltre 8000 dataset di open data (=raccolte di dati, tabelle, fogli di calcolo), come certifica dati.gov.it. All’interno c’è una quantità di notizie e informazioni giornalisticamente rilevanti da far spavento (quanto spende lo Stato e per cosa, come funzionano i servizi pubblici, come stanno le imprese, tutte fonti ufficiali come Governo, Istat, …). Quanti giornali italiani ci stanno lavorando?
  3. Quando si scrivono articoli citando notizie riportate da altri organi di informazione e non, quanti mettono il link alla fonte originale? Alcuni casi: il writer Blu menzionato dal Guardian, ma senza link – Il caso Corriere/Linkiesta
  4. Ogni giorno vengono pubblicati centinaia di migliaia o milioni di nuovi articoli (ho cercato il dato anche in stima ma non l’ho trovato, se qualcuno me lo suggerisce via link, lo aggiungo molto volentieri). Quanti giornali hanno provato a strutturare un metodo e un team per fare content curation per facilitare ai propri lettori la lettura dei contenuti ritenuti migliori e distinguere il segnale dal rumore? Risorsa: questo ebook vale anche in questo caso (IMHO).
  5. Storicamente i principali progetti su internet hanno un’area lab (reale o virtuale) dove sperimentano nuove soluzioni. Quali editori lo fanno? Esempio qui
  6. Una delle principali prerogative dei progetti sul web è la costruzione di API (ma non solo del web – info qui). Attraverso le API è possibile ad esempio esportare dati e contenuti filtrati da un sito per includerle in altri progetti e accrescerne il valore e la diffusione. Chi le utilizza? [Ecco come lo fa il NYT]
  7. Qual è il rapporto che ogni singolo giornale sta costruendo con la propria community di lettori? [sempre il giornalaio ne scriveva qui]
  8. Quante redazioni hanno adottato una Social Media Policy? [Info qui]
  9. In varie redazioni si stanno sperimentando forme di revenue differenti, come il metered paywall del New York Times (info  qui, grazie a Lelio Simi per il link) o per esempio sulla pubblicità nativa (info qui)
  10. In questo banalissimo post scritto in mezz’oretta/tre quarti d’ora, gratis e sul mio piccolissimo e banalissimo blog su wordpress ci sono 16 link a fonti esterne. Mediamente quanti ce ne sono negli articoli dei giornali italiani?

E non ho parlato di training, partnership, incubatori di idee/startup, grant per giornalisti, video rubati altrove e caricati sui propri server con pre-roll pubblicitari, errori non corretti…

Alla fine, mi rendo conto, dieci domande sono poche.

Umiltà, per favore. Mettiamoci un po’ tutti più in discussione. Comincio da me: se ho scritto fesserie o inesattezze, basta scrivere un commento sotto questo post.🙂

Img: cc-by from Wikipedia.

Update delle 22: scopro tra l’altro che la notizia del writer Blu rilanciata tra gli altri da Repubblica e citata al punto 3 di questo post è di due anni fa (grazie a @vincenzobrana): ecco il link.

Un degno finale😀

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