Recensione: Il Giornalista Fantasma, breve saggio sull’estinzione della specie

Di tutti i testi e i saggi che si occupano di giornalismo e comunicazioni, sul piano tecnologico o metodologico, viene spesso da dire, a rileggerli dopo qualche tempo, che hanno perso quel vigore che li aveva fatti nascere. Perché gli strumenti sono cambiati, ad esempio, o perché l’accelerazione e il mutamento nelle fasi di fruizione dei contenuti da parte di noi utenti, hanno stravolto lo scenario nel quale quei testi erano stati concepiti. In questo caso, quello de “Il Giornalista Fantasma” – e-book di Carlo Felice Dalla Pasqua – potrebbe non essere così. In effetti il tentativo di Carlo Felice, che fa il giornalista da tanti anni e si occupa di cronaca locale, è abbastanza distaccato da elementi troppo contingenti, e spiega quali sono i principali pericoli della categoria, ancorata a meccanismi e convinzioni ormai secolarizzati. A un certo punto Carlo Felice dice che “Fino a dieci anni fa c’erano giornalisti che si vantavano di non sapere usare un computer”, ed è persino ottimista nel collocare questa frase nel decennio precedente. Non più di tre o quattro mesi fa, ho sentito dire a un giornalista, uno giovane di anagrafe: “Non mi parlare di server, io i server li uso per appoggiarci le birre”.

Dunque la presunzione che infetta la categoria è tanta ed è il suo male maggiore, probabilmente. Da un lato è vero, o per lo meno posso dire di condividerlo, che non conoscendo i nuovi strumenti tecnologici sarà impossibile per chi vuol fare il giornalista essere competitivo con altri rivali più preparati. Dall’altro forse è anche una questione di forma mentis, di apertura e curiosità verso il nuovo piuttosto che solo di diffidenza e di saccenza. I giornalisti sono ancora disposti ad essere curiosi su ciò che avviene al di fuori delle loro caverne-redazioni?

Al di là dei tanti – spesso ottimi – contributi sul tema del giornalismo, quello di Carlo Felice è forse il più amaro perché viene dall’interno del contesto, dalla pancia di una categoria professionale che ormai pare non avere il più della volte quasi nulla da dire di nuovo, nulla da aggiungere. I “paginoni passanti”, gli speciali di 16 o 24 pagine, l’odore della carta appena stampata all’una di notte, il proto che bestemmia tra gli ingranaggi della rotativa, sono cose che sembrano destinate a popolare sempre più aneddoti del passato. Ma è anche vero che forse non bisogna farne un dramma, e magari è preferibile riuscire a guardare tutto con una visione più storica, distaccata. Ad esempio come fa lo stesso Carlo Felice in chiusura dell’ebook, scrivendo:

Nella storia umana, anche in quella che mai ha avuto contatti con la civiltà occidentale, c’è sempre stato qualcuno che ha raccontato le vicende del proprio borgo o di continenti lontani. Lo hanno fatto coloro che hanno lasciato le pitture rupestri ad Altamura o gli ebrei che tramandavano a memoria il testo della Bibbia, chi ha composto la stele di Rosetta o gli storici greci e romani che hanno scritto dei personaggi più famosi della loro epoca. Per un breve periodo, dal XVIII secolo a oggi, una di queste forme di comunicazione è stata chiamata giornalismo”.

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