Le inchieste sui parlamentari | Data journalism su Corriere della Sera

 

Qualche giorno fa il sito del Corriere della Sera ha pubblicato un lavoro che ho realizzato insieme ad Alessio Cimarelli, e che consiste in un oggetto interattivo che visualizza tutti i parlamentari di Camera e Senato attualmente in carica che sono rimasti coinvolti in indagini giudiziarie.

Un argomento doppiamente delicato, primo perché la cronaca giudiziaria lo è per definizione (lo storytelling è basato prevalentemente su accuse della magistratura inquirente, che diventano eventualmente “fatti” solo quando il procedimento passa in giudicato dopo l’ultimo grado di giudizio – che non è propriamente il terzo in Cassazione, visto che la Cassazione può per esempio “annullare con rinvio”). Secondo perché l’argomento è popolato da politici ai massimi livelli delle istituzioni che chiaramente fondano la propria carriera sul consenso, e su questo consenso incidono ovviamente le loro gesta (a maggior ragione se in qualche modo di rilievo giudiziario).

Si tratta di una scelta coraggiosa da parte del Corriere, certamente, visto che il mainstream non ha ancora adottato in maniera sistematica strumenti di data journalism (tra i big, il Corriere è il primo website a pubblicare una data visualization: di recente Wired ha pubblicato un lavoro sulle scuole e in primavera il Fatto ne ha pubblicato uno sui decessi in carcere).

Alcune persone nelle Community che frequento (Spaghetti Open Data e Datajournalism Italy) ci hanno mosso dei rilievi, pertinenti nella sostanza. In fase iniziale mancavano alcune informazioni principali all’interno della dataviz, necessarie soprattutto perché il dataset è autoprodotto e non di tratta di dati provenienti da repository ufficiali, ma di questioni ricostruite una per una. Non abbiamo citato le fonti delle informazioni, né la data dell’ultimo aggiornamento dei dati, né la licenza di essi.

Generalmente un giornalista non solo non cita la fonte ma deve persino tutelarla, purché la notizia che riferisce sia vera: la questione della datazione si risolve perché coincide abitualmente con il giorno di pubblicazione della notizia, mentre quella della licenza è semplicemente indifferenze dal punto di visto esclusivamente giornalistico (se un giornale scrive una certa notizia, non sente il bisogno di specificare in che modo la rilascia ed essa possa essere utilizzata: quanto alla parte formale – il contenuto così com’è costruito/scritto – tutti tendono a preservarne il copyright ad eccezione di Wired, per quel che ne so). Tutto ciò chiaramente non vuol dire che la prassi giornalistica (italiana) abbia maggiore autorevolezza rispetto ad altre, ma semplicemente che fino a questo momento nelle redazioni si è ragionato sostanzialmente così.

Oggi però il tema dei dati acquisisce connotazioni radicalmente differenti: in passato era monetizzati e il loro reperimento era comunque sotteso ad azioni propedeutiche (amplia ricerca, necessità di pagamento in denaro), mentre il web ha reso disponibili pressoché gratuitamente dati vecchi e nuovi raw, grezzi, che possono essere veri o falsi, puliti o sporchi. Tuttò ciò rende cruciale il ruolo di verifica e intermediazione di soggetti in grado di analizzare grandi quantità di dati e proporne uno storytelling. Più questi soggetti sono numerosi e autonomi, più si allontana il rischio di datatrust. E non è forse tra questi soggetti che dovrebbero stare i giornali?

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