il manifesto e il taglio ai contributi per l’editoria / non #faremonotizia

Se tutto va bene, nel 2012 chiuderanno decine di piccoli/medi giornali. Se va male, verranno mutilati anche i grandi gruppi. L’ultimo caso in ordine di tempo è quello del Manifesto

– I contributi per l’editoria sono previsti da una legge dello stato, giusta o sbagliata che sia. Adesso quel fondo è stato prosciugato, ma la legge resta totalmente in vigore (paradossalmente i finanziamenti potrebbero tornare uguali, o persino diventare maggiori). Altrimenti è come dire che l’assistenza sanitaria erga omnes è prevista da una legge dello stato, ma siccome non ci sono soldi allora non verrà più garantita a tutti ma solo a quelli che stanno in piedi da soli.

– Su quel fondo sono stati perpetrati abusi negli anni. Il noto signor Lavitola, per dirne una, è direttore de L’Avanti che prende un sacco di soldi, pur non avendo praticamente dipendenti/lavoratori, né vendendo copie. Il fondo poi è nato tanti anni fa, al tempo delle vacche grasse: ha drogato i bilanci delle aziende e le ha rese vulnerabili (anche perché spesso gestite da pseudo manager mentecatti e incompetenti), esposte al rischio default se lo stato avesse tagliato il sostegno. Quindi la politica c’entra eccome, perché prima ha scelto una strada e poi di colpo ha cambiato idea.

– Continuare solo online? E’ ovvio che quando il manifesto raggiungerà il point break, continuerà solo online. Ma la sostenibilità? Finora non è avvenuto semplicemente per questo forse (al di là del feticismo cartaceo, che esiste ma ormai sta evaporando). L”editoria online non è la panacea di tutti i mali e comunque il tema è sempre quello: non c’è un modello di business standard (mentre prima c’era: 1) faccio un giornale 2) ci metto pubblicità 3) lo vendo in edicola).

– La politica potrebbe dire oggi: tagliamo i fondi, ma siamo disposti a ridarli per uno/due anni a chi fa progetti di ricorvesione digitale.

– Piuttosto sarebbe meglio dire “Ok, il giornale chiude, non posso più fare il giornalista e mi cerco un altro lavoro” (cosa che farò io quando verrà il mio turno – volutamente uso il verbo al futuro e non al condizionale).

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