Gli autisti Atc: “Per andare in bagno chiediamo il permesso all’azienda”

La 94 è la linea più temuta: collega Bazzano e Castel San Pietro, sessanta chilometri scarsi da percorrere in un’ora e cinquanta minuti, per giunta attraversando la città. Rispettare il tabellino è un miracolo. «Si arriva in ritardo quasi sempre – spiega Sosio Persico – Non c’è neppure il tempo di scendere dal bus e andare in bagno». E se proprio non resiste? «Beh, bisogna chiamare in azienda e chiedere il permesso – spiega – Ovviamente nessuno lo nega mai». Il codice etico dell’Atc su internet d’altronde recita chiaro: «Un politica aziendale basata sul principio di integrità morale permette, infatti, di stabilire un solido standard di condotta aziendale». Ma che fine fa l’integrità se per andare alla toilette serve l’autorizzazione?

E questo è solo un sintomo, uno dei tanti, che fa capire cosa vuol dire fare gli autisti all’Atc. C’è chi attacca alle 6,30 del mattino e stacca alle 20,30 con cinque ore di pausa infilate in mezzo da vivere come apolidi tra bar, stazioni di servizio e mense. Se capita, magari, vieni qui al numero 11 di via San Felice, al circolo Dozza per un caffé, fare due chiacchiere.

Dei tre colleghi che hanno deciso di farla finita si parla poco. «Scelte personali», dice qualcuno, «ma guardi che erano quattro», aggiunge un altro. Certo è che non è facile inforcare ogni giorno il manubrio del bus, «perché devi fare i conti anche con certi passeggeri cafoni, aggressivi – assicura Stefano Zini – Io faccio l’autista da 28 anni e voglio continuare a farlo, ma da cinque o sei anni ormai lo stress è raddoppiato, ci sentiamo abbandonati a noi stessi. Una volta c’erano regole più rigide anche per i passeggeri, oggi siamo in balia del primo che passa». Orari massacranti per uno stipendio che non basta a pagare neppure le spese, anche se di questi tempi «meno male che c’è». Il part time che guadagna 800 euro, chi ha anzianità aziendale arriva a 1300, 1400. Ma ogni centesimo si paga con tempo sottratto alla vita personale. I neoassunti hanno diritto a 70 riposi in cinque anni, che tradotto vuol dire lavorare ogni mese tre domeniche su quattro, e addio famiglia. «Pensi che io ho due figli piccoli», aggiunge Elisabetta Folesani. Nelle tratte urbane poi «non c’è capolinea» perché col traffico si arriva sempre in ritardo. Per non parlare della trafila da fare per prendere un giorno di permesso. «Dobbiamo avvisare sessanta giorni prima – spiega Giacomo Candido – Questo è il mestiere di autista oggi».

«L’Azienda, così integrata, produce ogni anno oltre 47 milioni di chilometri, con 1240 veicoli al servizio di un territorio di 6.334 kmq e di un bacino di oltre 1,3 milioni di soli residenti», recita ancora il sito ufficiale Atc.

Da qui alla scelta del suicidio però ce n’è di strada da fare. «Io so che due dei quattro colleghi morti avevano figli piccoli – aggiunge un altro – Pare che uno abbia pure tentato di liberarsi dalla corda, forse si era pentito. Sa, lì ci sono questioni così personali, difficili da comprendere». L’argomento è delicato, se ne parla con cautela, persino pudore. Più che rabbia, in questo luogo c’è tanta stanchezza. Ma la sosta è finita, è ora di tornare sul bus.

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