Migranti finti imprenditori per avere il permesso di soggiorno

Per certi imprenditori è l’uovo di Colombo, per i lavoratori una proposta che non si può rifiutare. Per i sindacati invece è aberrante perché è un meccanismo che scavalca in toto i paletti della filiera produttiva dell’edilizia e delle leggi sull’immigrazione: impresa e dipendente da un lato, lavoro e permesso di soggiorno dall’altro. Loro, gli extracomunitari, sono quelli che pagano il prezzo maggiore, e lo pagano sulla loro pelle, in senso letterale.
Succede allora che l’impresa deve fare i conti con la crisi e non può permettersi di sostenere i costi che un contratto di lavoro comporta: le tasse, i contributi, lo stipendio. E dunque invita i lavoratori ad aprire una partita iva, un’impresa individuale che in realtà è un corridoio fittizio attraverso il quale possono lavorare nel pieno rispetto delle regole. I migranti accettano, perché è molto meglio del lavoro in nero. In quel caso diventerebbero clandestini, mentre con la partita iva no. Perché il migrante che fonda un’impresa individuale ha diritto a chiedere e ottenere il permesso di soggiorno.
Ecco la trovata che beffa il sistema: intere schiere di lavoratori subordinati che però risultano imprenditori, quindi pagati con fatture, abilitati ad avere il permesso di soggiorno ma senza tutele contributive, senza alcuna garanzia che quel lavoro continuerà ad esserci.
Una dinamica nuova, in crescita costante, che stravolge completamente le statistiche e gli studi degli addetti ai lavori. Una dinamica che, tanto per dirne una, consegna alla storia dati positivi proprio in un anno, il 2009, che in realtà per l’edilizia è stato negativo come pochi. In cifre in provincia di Bologna tutto ciò si traduce con 639 aziende che l’anno scorso hanno cessato l’attività e contemporaneamente 1000 nuove ditte che sono state aperte. Un saldo positivo in un’annata nera, con la curiosità che 800 di quelle ditte sono individuali, e poco meno della metà sono di migranti (360), come se l’edilizia di colpo fosse diventata l’Eldorado della crisi.
In realtà nella maggior parte dei casi si tratta di superstiti, dei pochi che sono riusciti a conservare almeno in parte il lavoro negli anni in cui migliaia di edili lo stanno perdendo. O partita iva, o niente. «E’ un fenomeno in crescita progressiva – spiega Nadia Tolomelli, Fillea Cgil – già molto preoccupante. I lavoratori formalmente risultano artigiani e chiaramente la Cna non sostiene per nulla questa formula. Loro stessi poi non essendo tecnicamente subordinati, non hanno tutela sindacale e quindi diventa complesso poterli aiutare». Difficile anche sanzionare l’imprenditore, anche «se nel 2009 qualche caso c’è stato a seguito di ispezioni», aggiunge la segretaria Fillea.
Il resto delle statistiche è un’appendice di tutto ciò. Il 20% degli infortuni sul lavoro riguarda queste ditte individuali, che peraltro in quanto tali non hanno l’obbligo di iscriversi alle Casse Edili. Il 40% degli operatori dell’edilizia sono migranti e tra loro circa un terzo sono rumeni. Un dettaglio proprio sui rumeni: dieci anni fa a Bologna ne risultavano residenti 220, mentre oggi sono diventati 5800 e nella loro comunità sono state aperte 327 imprese individuali, secondo le statistiche del Comune.
Altro dato che riguarda i migranti è legato al lavoro nero. «E’ difficile quantificarlo – aggiunge Tolomelli – Diciamo che in realtà esiste una stima piuttosto approssimativa, una percentuale attorno al 30% considerando tutto il settore dell’edilizia, all’interno della quale rientrerebbero i lavoratori non regolarizzati né come dipendenti, né come imprese individuali fornitrici. Va detto però che qui a Bologna il caporalato di cui si parla altrove è un fenomeno che non ha mai attecchito». Almeno quello.

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