Silenzio e dolore nel ricordo di Marco Biagi

La signora Marina esce di casa e quasi tutti sono andati già via. Attraversa la corte intitolata al marito, tira dritto verso piazza San Martino dove forse ha lasciato l’auto. Ma prima si ferma qualche istante, incontra Paolo Bolognesi dell’associazione vittime della Strage del 2 Agosto 1980. Lo saluta, dice «lui è mio figlio Lorenzo» e sorride distesa tirando via in un istante quel velo di angoscia che avvolge questo giorno, questo luogo, otto anni dopo l’assassinio di Marco Biagi da parte delle Nuove Brigate Rosse. Nel catino silenzioso della piazzetta s’incontrano due volti della storia tragica bolognese, ognuno portando con sé il peso di un dolore così privato ma così palpabile. Pochi istanti, poi il cerimoniale vuole la vedova Biagi nell’auditorium del Resto del Carlino, lì dove le istituzioni ricorderanno il marito.
Qui il silenzio è spettrale, regna austero in questa mezz’ora che basterà per ricordare il giuslavorista. E’ rotto ogni tanto solo da uno sciame di ragazzini che attraversano la piazzetta in fila indiana, chi in gita turista, chi appena uscito da scuola.

Dal budello di stradine del ghetto ebraico spuntano il ministro Sacconi, il governatore Errani e la sfidante Bernini, gli alti gradi dell’Arma, la commissaria Cancellieri, la presidente della Provincia Draghetti. Prima della cerimonia c’è tempo per parlare qualche minuto, ma sempre a voce bassa. Errani e Bernini si stringono la mano, poi il governatore sussurra al ministro Sacconi i suoi dubbi sulla mancata proroga dei fondi per la cassa integrazione in deroga. Perché la crisi preme e pure Cgil, Cisl e Uil ribadiscono le preoccupazioni per il 2010, dopo aver lasciato al mattino in piazzetta Biagi una corona di fiori per ricordare il giuslavorista e ribadito che «democrazia è dominare il conflitto, rigettando ogni forma di violenza».
Poi d’un tratto arriva Lorenzo, che aveva 13 anni quando il papà fu ucciso e oggi invece ne ha 21 e studia Giurisprudenza all’Università di Bologna, un marcantonio che sorride con garbo e che in tanti salutano. «Tutti dicono che al babbo somiglio più io», risponde a chi azzarda somiglianze. Il fratello sta poco bene, racconta, la mamma è rimasta in casa, così questa volta è venuto lui. Si avvicina con gli altri alla corona di fiori bianchi voluta dal Comune, assiste in silenzio alla cerimonia che resta senza parole.

Un minuto per raccontare otto anni, un minuto e basta. Poi il silenzio si rompe, passa un altro sciame di ragazzini, qualcuno chiede di che si tratta e il compagno vicino fa pure una foto col cellulare. Lorenzo si volta, comincia a salutare: è arrivata la mamma, è ora di andare.

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