Strappo in Cgil, Melloni eletto a maggioranza

Il congresso più turbolento della storia recente degli ultimi anni della Cgil si chiude con l’esito previsto ma che fino a ieri mattina non era per nulla scontato. Cesare Melloni è stato eletto a maggioranza segretario generale. «Sento la “chiamata” dei compagni e sarò il segretario di tutti», dice dopo che un centinaio scarso di membri del direttivo gli ha rinnovato la fiducia, mentre le categorie che hanno sostenuto la mozione 2 si sono astenute (oltre 40 voti). Una spaccatura che non si è sanata nonostante gli appelli all’unità del segretario nazionale Guglielmo Epifani, indicato da tanti come ideatore principale della linea Melloni. E proprio Melloni dovrà guidare questa fase di traghettamento che si protrarrà non oltre la fine di settembre, quando per statuto non potrà più essere segretario e quello stesso direttivo che ieri lo ha votato, dovrà pure trovare il sostituto.
Dopo migliaia di assemblee, il rinnovo dei vertici delle categorie e tre giorni di congresso con appendici notturne, il risultato è che non si è riusciti a trovare la quadra su Danilo Gruppi, candidato in pectore alla successione di Melloni, e principale sconfitto di questa tornata elettorale. Fino a ieri mattina, quando circolava voce che il segretario uscente non si sarebbe più ricandidato, l’ipotesi Gruppi è rimasta a galla come strada praticabile, l’unica, nonostante le polemiche roventi tra mozioni e fazioni. Ed è proprio sul mancato incarico a Gruppi che va letto tutto questo congresso, perché pare lui il grande sconfitto dell’assise al Cnr. Dalla proposta iniziale di Bruno Papignani, che dopo il trionfo al congresso Fiom, aveva lanciato l’idea della riconferma di Melloni proprio perché contrario a votare Gruppi. Passando per le accuse che il segretario della Fiom ha incassato da Melloni stesso e da Bruno Pizzica dello Spi, di intempestività e proposte inopportune per il nuovo corso della Cgil.
Sul palco dell’Auditorium già dalle 9 del mattino si susseguono interventi roventi che preludono al fallimento delle trattative. Papignani stesso tuona più volte contro una segreteria generale che «aveva precettato i suoi, tanto che nessuno è venuto al congresso Fiom», e lancia strali su «questo congresso che sembra più una guerra di potere e poltrone, mentre il mondo del lavoro avrebbe bisogno del nostro aiuto». Pizzica poi che risponde per le rime: «io e Papignani non siamo polli che starnazzano, non ci sono solo la Fiom e lo Spi». E poi c’è l’onta della doppia lista per il direttivo, la prova formale di una sorta di convivenza forzata tra anime diverse e separate in casa verso la fine del congresso. Mai nella storia della Cgil era successa una cosa del genere, mai proprio qui, a Bologna, che ha la seconda Camera del Lavoro d’Italia e la prima Fiom nazionale per numero di iscritti. Il leitmotiv poi è difficile da decifrare. «Siamo d’accordo sul programma territoriale – dicono i dissidenti della mozione 2 – ma non su quello nazionale». Parla Mauro Alboresi di «stupore e rammarico per non essere riusciti a giungere a una posizione unitaria». Replica Melloni e dice che «speriamo di recuperare ciò che ci divide». Controreplica Andrea Caselli, che cita Alboresi e senza nominare Epifani, lamenta il fatto che un «elemento esterno ha voluto compiere una rottura a Bologna e non è un caso». Il voto finale farà il resto con il dispositivo politico approvato a maggioranza, e il segretario Melloni costretto a ricandidarsi per la segreteria praticamente cinque minuti prima del voto finale. Fino a lì, fino a qualche istante prima Danilo Gruppi era ancora in corsa.

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