Pd, i militanti sul piede di guerra

«Saranno le elezioni più difficili della nostra storia, ma dobbiamo combattere e possiamo vincere». Un applauso liberatorio saluta la chiosa del discorso del segretario Andrea De Maria dopo quattro ore filate di dibattito senza sconti tra militanti al circolo Villa Paradiso di via Emilia. Al vertice con Pierluigi Bersani il segretario andrà con un mandato preciso, che la base gli ha affidato: tentare una candidatura unitaria per la coalizione di centrosinistra, preferibilmente quella dell’acclamatissimo (nonché unico citato) Maurizio Cevenini, perché i militanti dicono di «non avere la forza per organizzare le primarie». Minacciano che non le faranno e che non faranno neppure le Feste dell’Unità. De Maria dribbla il tavolinetto e va verso l’uscita. Alcuni lo avvicinano, gli stringono la mano, altri fanno cenno di saluto da lontano, altri ancora: «Mi raccomando lunedì». Lui si ferma a metà strada e dà un bacio a una signora anziana, la partigiana Medea. In questo pomeriggio che pareva da resa dei conti finale, è rimasta anche lei seduta con gli altri ad ascoltare le parole di tutti i compagni. Due, tre minuti al massimo dopo le 15 i militanti cominciano con gli interventi, bombardano le fondamenta del gruppo dirigente del Pd. «Come sempre sui candidati tutto è stato già deciso», accusa Daniela Turci. E Roberto Rodoldi: «Serve una mozione d’ordine da dare al direttivo con Bersani». De Maria non c’è ancora, e in sala si comincia a sbottare contro il segretario. Maurizio Ghetti: «Questi che vogliono candidare sindaco Romano Prodi sappiano che lui proprio non ci rappresenta». Domenico Gentile: «Si comincia a pensare che le primarie siano una buffonata». Carla Benassi da San Ruffillo: «La gente che lavora è stanca di metterci la faccia. Io mi rifiuto di fare il lavoro per le primarie». Boato, la base pare pronta alla rivoluzione. La partigiana Medea rimane ad ascoltare, ogni tanto le scappa un sorriso, altre volte fa cenno di assenso col capo. C’è il compagno Nerozzi che rimpiange «l’etica di formazione politica della Prima Repubblica», e la compagna Tullia Moretto che punta il dito contro le liste delle regionali: «È la stessa gente che abbiamo votato in Comune qualche mese fa». De Maria arriva alle 16, si fa spazio nella calca. «È arrivato con un’ora di ritardo», dice un compagno. «Avrà fatto il pisolino», risponde l’altra. Il segretario incassa, si sfila la giacca. «Pisolino proprio no – risponde – Lavoro undici ore al giorno». Si siede al suo posto e resta in attesa. Uno, due, cinque, dieci interventi senza tregua per chiedere il commissariamento del partito, per dire che il segretario ha sbagliato, che De Maria deve andare via con tutto il gruppo dirigente. Lui rimane in silenzio, prende appunti e incassa come un pugile messo all’angolo. Il compagno Mandò: «Spero De Maria si dimetta». Il compagno Claudio Gandolfi: «Noi militanti siamo considerati distributori di volantini. C’era questa supposta differenza con gli altri partiti: la differenza non c’è più, è rimasta la supposta». Poi d’un tratto i toni cambiano, l’incantesimo della protesta lascia spazio alla dialettica del circolo. Davide Ferrari invoca «alleanze più larghe», Edoardo D’Alfonso chiede «più umiltà», Donata Lenzi e Virginia Geri parlano di «orgoglio della base» e Pd che «può andare a testa alta», Matteo Lepore dice che «non è giusto dare altri assegni in bianco», Enzo Gandolfi lancia «Cevenini sindaco, con stessi assessori e programmi» e un boato saluta la proposta. Pochi minuti alle 19, tocca a De Maria. «Finora l’amministrazione aveva fatto bene, ma non dimentichiamo che ciò che è successo è grave. Incontreremo gli alleati e proveremo a trovare un candidato unico di coalizione. Dobbiamo combattere e possiamo vincere». Medea sorride, i compagni applaudono. Tutto chiarito, pace fatta anche stavolta.

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