Fini alla Coop abbatte il muro del pregiudizio

A fine incontro una copia è omaggio per chi ha ascoltato in sala il presidente della Camera Gianfranco Fini presentare il suo libro Il futuro della liber tà. Centinaia quelle vendute in giornata, applausi e cenni di assenso col capo, poi c’è pure chi di copie in omaggio ne prende due (non sia mai che una è stampata male). Chi chiede la dedica e chi stringe la mano. Fini è in casa Coop, quartier generale dell’Ambasciatori. Apprezzato da Gilberto Coffari, presidente di Coop Adriatica, che dice di «ritrovarsi in quanto c’è scritto nel libro». Ci sono i quesiti di Carlo Galli, presidente dell’Istituto Gramsci Emilia-Romagna, che gli chiede la differenza tra «destra repubblicana e sinistra democratica », e le domande entusiaste di Sofia Ventura docente di Scienze politiche dell’Università di Bologna e legata alla Fondazione Fare Futuro, di cui il presidente della Camera è grande sostenitore. E già, “f uturo”, parola cui Fini pare legato da antico amore, visto che tra le sue altre fatiche letterarie compare negli annali anche “L’Europa che verrà”, dato alle stampe nel 2003. Lui, il presidente, parla di prospettive: in un’ora scarsa cita Gramsci («lancio una sfida sull’egemonia culturale»), Hobsbawm («è fondamentale la sua definizione del Novecento come secolo breve»), e cita pure Nanni Moretti, parlando delle polemiche sugli esponenti del Pdl “diser tori” per i contrasti col presidente del Consiglio Silvio Berlusconi («Gli assenti? È come in quel film (Ecce Bombo, ndr) in cui si diceva: “mi si nota di più se non vado, o se vado resto in silenzio tutto il tempo”»). Lontano dal chiasso delle polemiche, di fronte a una platea con personalità istituzionali quali il prefetto Angelo Tranfaglia e il questore Luigi Merolla, la presidente della Provincia Beatrice Draghetti, poi anche Pier Luigi Stefanini, presidente di Unipol, Giuliano Poletti, Paolo Cattabiani e Gianpiero Calzolari, numeri uno di Legacoop in Italia, in regione e in città. Lontano, in questo limbo affollato della saletta interna dell’Ambasciatori, il presidente dice: «Io sono cosciente di mettere un po’ di sale nella politica. A qualche palato piacerà, ad altri meno, ma so che è importante farlo». Ora il libro: «È scritto a vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. Chi è nato allora, oggi entra nell’età adulta e si affaccia al mondo. A questi giovani bisogna saper parlare, smettendola di usare termini imbalsamati che fanno parte della storia e non più della politica, non commettendo l’errore di considerarli cinici e disinteressa t i » . C’è spazio nel dibattito per temi come immigrazione e cittadinanza, per un agone politico fatto «di troppa propaganda, poca strategia e molta pratica». Fini spinge sul concetto di patriottismo repubblicano, che «nulla ha a che vedere col nazionalismo», di laicità delle istituzioni quale «principio fondante dello Stato, motivo per cui il problema con l’Islam non è di tipo religioso, ma sorge in quanto chi pratica la Shari’a lo fa anche al di sopra delle leggi». Qui l’unico guizzo polemico dalla platea, con il docente Stefano Bonaga che prova a interrompere ma rientra nei “rang hi ” quando Fini controbatte: «Mi faccia finire, poi fa la domanda » (che invece non ci sarà). Stoccate a sinistra, «dove si pensava che libertà volesse dire non avere limiti, mentre sul tema la destra è più matura», e all’impostazione ideologica della politica «che pare fatta di pregiudizi. Chi ragiona così alza un muro perché non ha idee o ha paura di confrontarsi con gli altri». Applausi. Ma fuori dall’Ambasciatori il muro è già alzato e chi passa e ha magari il cuore a destra, si volta e lo vede uscire a fine incontro si lascia scappare: «Guarda, c’è il traditore». Il muro ora c’è, in futuro chissà.

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