Crisi e aziende, ecco chi paga di più

Il 65% interessa la meccanica, il 20% le ceramiche, il 15% che rimane va sparpagliato su tutte le altre attività imprenditoriali. I lavoratori che ne pagano in qualche modo le conseguenze sono in tutto oltre 90 mila. Così l’incidenza maggiore della crisi secondo il Rapporto 2009, presentato e discusso in Regione da Duccio Campagnoli, assessore regionale alle Attività produttive, e Andrea Zanlari, presidente di Unioncamere Emilia-Romagna. Quello che quest’anno è successo si può forse considerare un inedito dal dopoguerra a oggi, come riferisce anche l’agenzia Ansa, in termini di incidenza negativa sull’economia regionale. Non tanto le percentuali colpiscono di questo Rapporto 2009, quanto il numero delle aziende e dei lavoratori interessati dai contraccolpi del crollo dei mercati mondiali. Cala il Pil del -4,6% (oltre -5,3% insieme a quello del 2008); giù la domanda interna (-3,2%), la produzione industriale (-14,9%), il valore aggiunto (-13%), le esportazioni (-22,9%). Crescono invece gli ammortizzatori sociali, con quasi 500 aziende in cassa integrazione straordinaria e quasi 4500 accordi di cig in deroga firmati dall’1 gennaio 2009 a oggi (una media di 20 al giorno), il tutto per oltre 40 mila lavoratori, da un lato (è sacrosanto) salvati dalla mobilità, ma dall’altro costretti a sopravvivere con assegni a partire da 720 euro al mese. Difficili peraltro da percepire, tanto che l’assessore Campagnoli ha detto: <Non faccio polemiche, ma un appello all’Inps perché dia ai cassintegrati questo denaro che usano per sopravvivere>.

Meccanica e ceramica a picco vuol dire l’abisso per Modena e Reggio Emilia, che rispettivamente hanno fatto registrare cassa integrazione cresciuta di 10 e 26 volte, con perdite sul valore aggiunto superiori a quota -6%.

E oltre ai 40 mila e più lavoratori appesi ad ammortizzatori e erogazioni dell’Inps ce ne sono oltre 25 mila in mobilità, il doppio rispetto all’anno precedente, nonostante l’assessore Campagnoli si trovi a dire, costretto da questi numeri, che sono <solo 10 mila in più. Importantissimi certo, ma in misura minore di quanto si temesse>.

L’altro aspetto allarmante di questo Rapporto 2009 è nei segni “meno” che lo marcano dalla prima all’ultima pagina. Di solito quando si parla di classifiche si fa l’elenco di chi sta meglio e chi sta peggio, qui il paradosso vuole che le province di Parma e Piacenza debbano pure sentirsi quasi privilegiate rispetto al resto della regione, visto che hanno perso tanto sì, ma molto meno rispetto alle cugine della via Emilia.

Certo è che il fattore export ha giocato un ruolo determinante nel precipizio economico in cui sono sprofondate le imprese, visto che proprio le “fortunate” Parma e Piacenza dovrebbero essere contente dei rispettivi -10,8 e -17,8, in considerazione del fatto che la media regionale è del -25,4% e in casi come Ferrara si scende del -37,5%.

E se al convegno dove il Rapporto è stato discusso sono tutti d’accordo sull’effettivo funzionamento del Patto per la crisi aziende-Regione, c’è anche chi dubita che la situazione sia stata anestetizzata, cosa che può permettere di tirare a campare per il breve periodo, ma costringe anche a risvegliarsi tra sei mesi o un anno in una situazione non molto diversa da quella attuale. Perché siamo oltre quota 65 mila lavoratori emiliano-romagnoli (25 mila in mobilità sommati ai 40 mila ammessi agli ammortizzatori) che uno per uno, famiglia per famiglia, stanno pagando la crisi mondiale, il tutto con un turn over nelle aziende crollato 20%. E a questi numeri vanno sommati i 25 mila contratti a tempo determinato che non sono stati rinnovati.

Siamo così a quota 90 mila lavoratori sui quali si sono abbattuti gli effetti delle gravi difficoltà delle aziende <nell’anno terribile della crisi>, come lo stesso Campagnoli lo ha definito. E Zanlari: <L’anno scorso effettivamente le previsioni erano più ottimistiche, perché nessuno si aspettava il crollo della domanda che c’è stato nel primo trimestre del 2009. Se si fosse ripetute per altri due trimestri, la domanda si sarebbe azzerata in Emilia-Romagna e in tutta Italia. Oggi invece i segnali della ripresa cominciano ad esserci>.

Anzi “ripresina”, come qualcuno l’ha ribattezzata. Visto ad esempio che il 5,3% del Pil perso tra 2008 e 2009 è esattamente il doppio di quanto, sia pur ottimisticamente, si prevede di recuperare nei prossimi due anni (0,9% nel 2010 e 1,5% nel 2010). Cioè siamo in questi mesi nella fase del picco negativo dal quale però difficilmente e molto lentamente risaliremo, ma soprattutto ciò non avverrà nei prossimi due anni.

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