In fila all’alba per un cesto di frutta

Cammina piano, si appoggia col bastone, a fatica un piede supera l’altro nel vialetto dell’Opera pia di Padre Marella, venti metri che sembrano infiniti. Ma lì, in fondo alla strada c’è il suo cibo, lo porterà a casa per mangiare: oggi non è poi una giornata così brutta. Ha un’ottantina d’anni questa signora, l’ultima ad arrivare quando mancano pochi minuti alle 9. Un fazzoletto spesso in testa, gli occhiali scuri e la schiena curva come il tronco di un albero antico. Non parla con nessuno e nessuno sa come si chiama. Qui fuori dalla chiesa di via del Lavoro ci sono gruppi di persone che aspettano già dalla 7. Saranno una cinquantina in tutto, arrivano anche due ore prima per la distribuzione dei viveri perché non basta mettersi in fila con le sportine, prima c’è da prendere il numero e con i turni si fa un po’ d’ordine.

Dal mercato il martedì e il venerdì arrivano le cassette con gli ortaggi. Pomodori, verdure, anche frutta fresca. Un po’ servono per la mensa dell’Opera pia, 70 persone in tutto, il resto invece viene dato a chi ha bisogno e si mette in fila qui.

Sui volti hanno tutti i segni del tempo, i giovani sono due o tre. La gran parte supera i 50 anni e viene in coppia o con qualche amico. Tanti sono stranieri, tutti dell’est, e tra loro uomini con le mani rugose e donne con le sciarpe strette intorno al collo. Tanti altri sono italiani, chi dalla Calabria, chi dalla Campania o dalla Puglia, chi anche da Bologna. Sono i figli di un tempo e di un mondo che non ha nulla per loro. Parlano di fame, di dispense vuote a casa, miseria e vergogna di mostrare se stessi. Una signora si avvicina e chiama le amiche, dice: <Venite, è un bravo ragazzo>. E comincia a parlare: <Quest’estate sono venuti con la telecamera e tutti sono scappati. Ci vergogniamo di stare qui, siamo tutti adulti, abbiamo famiglia. Non è che la telecamera ce l’hai anche tu?>.
E’ una calabrese di una cinquantina d’anni, fa la donna delle pulizie. <Lavoro tutti i giorni e mi danno 470 euro al mese per pulire nelle scuole. Prima prendevo più soldi, ora ci hanno detto che non ce ne sono per la crisi. A me per fare la spesa non bastano>. Col marito litiga sempre, lui non vuole che venga a prendere la verdura. <Ma i soldi non ci bastano – spiega – Cosa dobbiamo fare? Mia figlia è commessa al Pilastro e li hanno messi in cassa integrazione. Mio figlio fa il fontaniere e lavora poco e quelle poche volte in cui lo chiamano non gli danno soldi. Mio marito guida il camion e per ora non lo chiama nessuno. Come facciamo a mangiare?>. La tavola è vuota a casa sua, dice, l’unica cosa da fare è prendere questi pacchi della spesa che danno qui.
Accanto a lei una signora bolognese, bionda, bassina. Parla poco, tiene gli occhi a terra e spesso si gira di spalle. Anche lei ha le sportine vuote in mano, ha preso il numero e aspetta il suo turno. Non dice nulla, spera solo che gliele riempiano. Più il là c’è una ragazza sui trent’anni, bolognese, è la più giovane, è venuta con il figlio, un ragazzotto più alto di lei che di anni ne ha almeno una decina. <Ho provato a cercare lavoro – racconta – Ogni giorno vado nei negozi, nei bar, sarò andata in cento posti diversi ma nessuno aveva bisogno. Qui è così per tutti>. Chi è disoccupato da mesi, chi si arrangia con dei lavoretti ogni tanto. Manovali, facchini, muratori, farebbero di tutto se potessero. <Tu dimmi lavoro, io faccio, non importante cosa>, promette un uomo sulla cinquantina. <Io faccio tutto, ma nessuno dà lavoro>.
La donna calabrese: <Siamo in tanti così, non solo quelli che ci sono qui. Ogni giorno si può andare a prendere la frutta in un posto diverso. C’è la chiesa di vetro, quella di Sant’Egidio, i frati di San Giuseppe. Ci sono sempre 50, 100 persone che aspettano>. E la bolognese: <Ma non tutti hanno bisogno. C’è chi viene a prendersi le buste con le verdure anche se lavora e ha i soldi per comprarsele, e poi alla fine magari le cose da mangiare non bastano per noi>.
Dei ragazzoni di colore cominciano a portare giù le casse di verdura, le mettono all’angolo una sull’altra. La gente si muove, la fila s’ingrossa. Alcuni tirano fuori le sportine dalle tasche, chi ne ha una in più la presta all’amico a patto di riaverla. A fianco della gente incolonnata arriva la signora anziana, un passo e ancora un altro, è l’ultimo sforzo. Supera tutti, si mette davanti, qualcuno la guarda e le tiene una sacca in mano e tra due dita il numerino per il turno. Sono le nove, la distribuzione comincia e per prima tocca a lei. Quel numero era venuta a prenderlo all’alba, quando ancora non c’era nessuno.

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